RIFLESSIONE MINIMA SULLA COMPASSIONE

Di Annalisa Barbier

Cos’è la compassione?

Il termine compassione deriva dal latino: [cum] insieme [patior] soffro. La sua radice semantica è quindi portatrice di un significato ampio e positivo: la compassione è la partecipazione sincera ed amorevole alle sofferenze dell’altro, e non va confusa con la pena, sentimento quest’ultimo che viene “concesso” dall’alto verso il basso, portando con sé un giudizio di valore che si realizza in termini negativi nei confronti di colui che di tale pena è fatto oggetto.

Il Buddhismo  fa di questo concetto uno dei capisaldi del suo apparato filosofico: per il buddisti la compassione è il sentimento profondo che porta a desiderare il bene per ogni essere senziente. Nasce dalla consapevolezza che tutti gli esseri viventi sono in questo mondo uniti, interdipendenti, continui e contigui.

Nella sua accezione più ampia, la compassione è la scorciatoia verso l’altro, verso la sua intimità, la sua anima e le sue profondità remote: quei luoghi in cui nessuno è diverso dall’altro. In questo senso, la compassione rappresenta il sentimento salvifico e definitivo che ci distingue dall’animale, la possibilità ultima per una comunione autentica che non sia solo di sofferenza ma anche di gioia ed entusiasmo.

Mi piace ricordare la frase di Paul C. Roud, secondo il quale: “Compassione e pietà sono assai differenti. Mentre la compassione riflette l’anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire con l’altro, la pietà è una serie controllata di pensieri intesi ad assicurarci il distacco da chi soffre”.

E’ interessante notare come, dalla considerazione delle sofferenze altrui, originino due sentimenti così profondamente simili nella modalità dell’espressione e così drammaticamente diversi nella finalità ultima: la compassione ci vuole avvicinare senza paura all’altro in quanto nostra immagine riflessa. La pietà ce ne vuole distanziare, vuole esorcizzare l’orrore della sofferenza, che nell’altro è tanto reale da temerne il contagio.

Forse  – mi dico – è proprio questo l’elemento differenziante in grado di giustificare uno strano fenomeno nel quale spesso ci si imbatte: la compassione che cede il posto alla pietà. Il caldo conforto di un abbraccio che cede il posto al gelo dello spavento.

Mi spiego meglio. E’ facile provare sentimenti di partecipazione affettuosa e viscerale nei confronti dei meno fortunati, di quelli che  – loro malgrado –  sono divenuti portatori della valenza meno bella della vita con il loro carico di dolore, abbandono, miseria, malattia, morte, solitudine: in questo caso la distanza sociale, geografica, culturale è il cuscinetto che permette una partecipazione politically correct, ostentata e “ammortizzata”. Meno facile è comprendere e condividere le ragioni del disagio quando questo si fa meno evidente, meno plateale, in qualche modo troppo vicino al contesto di vita dell’osservatore: è più facile compatire il barbone all’angolo della strada che il collega depresso, la moglie che tradisce, la solitudine che cresce nella vita apparentemente “normale” di ogni giorno,  e addolora e consuma.

Forse è per questo, cara Paola, che accade ciò che avevi notato: si compatisce facilmente ed ostentatamente chi soffre a distanza da noi (una distanza fisica o astratta, rassicurante) e si fatica a provare una vera, profonda pietà per chi ci soffre accanto di pene più quotidiane.

La paura, credo, sia la differenza: paura che la compassione ci avvicini troppo e pericolosamente allo stesso destino di dolore, come un oscuro ponte silenzioso.

Ma è soltanto la mia riflessione minima e mi piace pensare, come scrisse Pino Caruso, di poter esprimere pensieri che non condivido…

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