FACEBOOK E DEPRESSIONE

Si parla sempre più spesso e con rinnovato interesse di come i social network abbiano cambiato le nostre abitudini comunicative, le nostre relazioni interpersonali, l’approccio al sesso e ai sentimenti, il modo in cui trattiamo l’informazione.

Molte sono le ricerche che sono state fatte e che tuttora vengono eseguite per studiare con attenzione gli effetti dei social network sulla vita delle persone, sul modo in cui possono dare origine a patologie più o meno gravi, su come impattano sull’emotività e sugli individui che presentano problematiche psicologiche o menomazioni fisiche.

Tuttavia, le numerose ricerche effettuate per studiare e valutare l’influenza dei Social network (FacebookTwitter, Pinterest ecc…) sull’umore e la psicologia degli utenti, hanno dato risultati discordanti: l’equazione facebook = ansia e depressione è infatti da ritenersi incorretta e limitativa.

In un mio precedente articolo (Facebook: social revolution or social isolation) scrivevo:

E allora ben venga la chat notturna di quando non riesci a prendere sonno; benedetta la nuova amicizia che ti incuriosisce e ti ispira simpatia; benvenuti tutti gli antichi fidanzati, i compagni della scuola elementare, le vecchie amiche perse di vista, i colleghi spariti in un’altra città, i parenti lontani, quel bel tipo che ti piace col bicipite gonfio e chi più ne ha più ne metta.
Voglio essere provocatoria: io questa la chiamo ricchezza di stimoli e di possibilità.
La chiamo condivisione a basso rischio, socialità a costo ridotto (anche se spesso anche di ridotta qualità).
Nulla a che vedere con la socializzazione nel mondo fisico ed il conseguente rapporto vis-a-vis dove l’odore, la gestualità, l’espressione del volto la fanno da padroni e dove ci si mette in gioco in maniera completa, ardita. No; qui si tratta di una nuova forma di socializzazione alla quale ci hanno condotto i nostri vecchi bisogni (condivisione, curiosità, socializzazione, appartenenza e riconoscimento) uniti alle nuove possibilità tecnologiche. Come dire: lo stesso fine servito da un mezzo diverso. E da quando il mondo è mondo i fini di un essere umano non sono cambiati poi molto…
Si tratta ora di impararne le diverse regole, conoscerne i differenti limiti, misurare le nostre aspettative sulla base di una modalità interazionale che sia integrativa e non sostitutiva.
Aric Sigman è uno psicologo che da anni studia gli effetti che la vita legata ai Social Network crea in utenti particolarmente esposti; in uno studio pubblicato sulla rivista “Biologist ” sembra che, non avere contatti reali nella vita di tutti i giorni – preferendo i contatti virtuali – possa comportare danni al nostro organismo. Innanzitutto alterando il modo in cui i geni lavorano, poi interferendo con le risposte immunitarie, i livelli ematici di ormoni, la funzionalità delle arterie e infine influenzando le nostre prestazioni intellettive. Soggetti affetti da dipendenza dal Web (parliamo quindi di persone non soltanto predisposte ma affette da una patologia) tendono a risentire particolarmente dell’isolamento indotto dall’uso continuativo dei social network, poiché finiscono con il preferire le amicizie ed i contatti virtuali a quelli reali, isolandosi in tal modo dal mondo fatto di mani, pelle, odori, voce e sguardi che continua ad esistere al di là della tastiera.
Come vedete i danni indicati sono a carico degli utenti affetti da patologie di dipendenza dal web, che non ha nulla a che vedere con l’uso di buon senso degli strumenti di comunicazione virtuale. Non ci verrà un ictus se chattiamo un’ora con uno che ci piace; non inizieremo a soffrire improvvisamente di devastanti emicranie se pubblichiamo le nostre foto su FB; il nostro livello ematico di ormoni non si altererà se andiamo a curiosare sulle bacheche altrui…!

A mio avviso quindi, i danni da abuso di social network riguardano soprattutto – se non solamente – gli individui che già possiedono una loro “fragilità” in grado di esporli maggiormente a sviluppare una qualche forma di dipendenza dal web (dai giochi, dai social network, dalle chat); una dipendenza che si sviluppa con tutto un corollario di sintomi ansiosi e depressivi che spesso vi si associano.

Anche le ricerche effettuate sulla presenza di un rapporto di causa-effetto tra uso (e abuso) di social network, patologie psicologiche e cambiamenti comportamentali (disturbi del tono dell’umore, disturbi d’ansia, sintomi di natura psicotica), hanno dato risultati non sempre concordi. Di seguito espongo brevemente  i risultati di alcune ricerche:

  • A scagionare i più noti social network ci pensa uno studio pubblicato sul “Journal of Adolescent Health”; i ricercatori della University of Wisconsin School of Medicine and Public Health  infatti dimostrano nella loro ricerca di non aver trovato alcun nesso evidente tra il tempo speso sui social network e la depressione. Gli studiosi hanno coinvolto 190 studenti, tra 18 e 23 anni di età, valutando il tempo trascorso online e le attività compiute scoprendo che, sebbene i giovani facenti parte della ricerca trascorressero metà del tempo su Facebook, non è stata riscontrata in loro alcuna significativa associazione con la probabilità di sviluppare sintomi di depressione.
  • Uno studio anteriore al precedente, condotto dalla prestigiosa American Academy of Pediatrics, mostrava risultati di natura poco tranquillizzante. Infatti, se da una parte i social network e la rete  possono arricchire la vita di bambini e adolescenti grazie alla facilità di reperire informazioni e nuove relazioni più o meno virtuali (la cui qualità è tutta da verificare), dall’altra possono rappresentare un rischio per i più fragili, per coloro cioè che sono meno maturi, meno capaci di socializzare nella vita reale e che hanno un livello di autostima ridotto: in questi casi infatti le notizie e gli aggiornamenti riguardanti le vite altrui possono scatenare attraverso un meccanismo di paragone in cui l’altro è sempre migliore,  sentimenti di inutilità, scarso valore e depressione (la cosiddetta “depressione da facebook“). Questo perché su Facebook (così come su altri social media) si tende generalmente a comunicare soltanto informazioni positive su se stessi (per costruire una immagine specifica e migliore di sé) tralasciando spesso gli elementi di sè considerati poco attraenti o negativi. I ragazzi più soli però stanno spesso seduti a misurare il confronto coi coetanei più felici e realizzati e possono sentirsi come “non all’altezza”: tali dinamiche possono in casi estremi scatenare comportamenti autolesivi, sottolineano gli scienziati.
  • Uno studio condotto dal Department of Pediatrics, Section of Adolescent Medicine, University of Wisconsin ha mostrato la presenza di una associazione statisticamente significativa tra il punteggio ottenuto ad una scala di valutazione della depressione e le espressioni indicative di sintomi depressivi pubblicate sui alcuni profili di Facebook. Quindi le espressioni indicative di depressione scritte su Facebook, erano associate con la presenza di riferiti sintomi depressivi negli utenti arruolati.

PER UNA PANORAMICA DELLE RICERCHE SVOLTE SUL TEMA CLICCATE IL LINK  PUBMED:  http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=facebook%20and%20depression

Tuttavia, anche se i risultati degli studi effettuati sul legame tra cambiamenti comportamentali, depressione, ansia e social network restano tendenzialmente discordanti, i consigli per vivere un rapporto costruttivo e bilanciato con la rete sono invece univoci: promuovere un uso della rete consapevole, limitato a tempi ben definiti e controllato dai genitori in caso di utenti minorenni. CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIU

Vi faccio una raccomandazione: quando leggerete l’ennesimo articolo che vuole dire la sua sul tema “social network e depressione” , “social network e ansia” e via dicendo, affinate il vostro giudizio critico e state bene attenti a valutare i seguenti elementi, prima di credere con troppa facilità a quanto vi è scritto:

  • controllate che le fonti dei dati siano chiaramente citate e verificabili (e andatevi a leggere l’articolo originale, se potete)
  • verificate l’affidabilità e la serietà di tali fonti
  • controllate la scientificità del metodo con cui è stata condotta la ricerca in questione (i dati sono statisticamente significativi ? I metodi utilizzati sono coerenti con gli obiettivi? Le conclusioni esposte sono univoche?)

Dopodiché, non prima di aver applicato il vostro esercitato e personalissimo senso critico, potrete costruirvi la vostra idea in merito.

 

 

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