Dipendenza dalle chat, amore su Internet e altri strani fenomeni

 Articolo del Dott. PAOLO MIGONE

Ho chattato per due anni in diverse chat su Internet e mi son beccato cotte a ripetizione, cose forti che mi hanno impedito di vivere la mia vita serenamente come dovrebbe essere, ho una famiglia tutto sommato che si può dire felice. L’ultima “sbandata” mi ha portato sull’orlo della separazione ed ora ho deciso di non chattare più, anche a seguito dell’ultimatum di mia moglie alla quale ho detto tutto. Ieri che era l’11 aprile e son tre mesi che non entro in una chat ed io sto capendo molto bene chi cerca di smettere di fumare; penso sia simile, crisi alternate di pianto e di sollievo. Sollievo perché stavo male anche quando chattavo non potendo incontrare chi in quel momento amavo, ed anche se l’avessi incontrata non potevo promettere nulla, non potevo distruggere chi avevo vicino, ma il bisogno di amare e di avere un amore disinteressato da chi mi conosce solo virtualmente è forte. Lo so che son cose che accadono, vorrei solo sapere per quanto tempo ancora durerà questo supplizio.

Risposta
Il tuo problema esemplifica molto bene il dramma vissuto da tanti che frequentano le chat, cioè che chiacchierano on line con persone che non conoscono personalmente e di cui non hanno neppure mai sentito il tono della voce. Come mai questa attività spesso crea una forte dipendenza, quasi simile, come giustamente dici, a quella delle sigarette o da certe droghe? Il motivo che noi riusciamo a comprendere è abbastanza semplice: il rapporto interpersonale che si instaura in una chat, a causa del fatto che non risente delle limitazioni dovute alla conoscenza diretta (aspetto fisico, mimica, tono di voce, ecc.), permette una grande liberazione della fantasia, una diretta gratificazione dei propri desideri. Si provano emozioni molto forti perché si gioca a sperimentare (anzi, in un certo senso si vive veramente) un rapporto che è quello che avremmo veramente voluto avere, quello che ciascuno di noi ha dentro di sé come modello ideale di rapporto. Ci si sente capiti, si possono condividere tante cose, si ritorna a quello stato, come tu dici, provato quando si avevano le “cotte” adolescenziali. La “cotta”, tipicamente, era basata sulla fantasia, e non a caso una ragazzina valeva l’altra, bastando una immagine, una stimolazione minima, per far scattare dentro di noi quella complessa reazione psicoaffettiva. Se ci hai fatto caso, molti amano molto chattare e hanno resistenza a incontrarsi, o anche solo a telefonarsi. Apparentemente questo è paradossale: se ci si piace tanto, perché allora non avvicinarsi maggiormente? Ma questa resistenza non è contraddittoria, vi è un motivo ben preciso che spiega la paura a conoscersi meglio: più ci si conosce, più gli aspetti di realtà necessariamente tolgono spazio alla fantasia e limitano la possibilità di provare quei forti sentimenti che provavamo. Infatti, quel complesso di stati affettivi che in genere chiamiamo amore si basa sempre su un grado di “idealizzazione”, di deformazione della persona amata affinché essa rientri meglio nel modello che abbiamo dentro. Questo è un meccanismo adattivo, utile al nostro funzionamento sociale, e con tutta probabilità ha una base evoluzionistica.

Se hai tanta esperienza nelle chat, avrai provato cosa vuol dire passare dalla chat al telefono. Persone che hanno avuto queste esperienze mi hanno raccontato che mentre in chat stavano benissimo e provavano un grande piacere ad aprirsi, una volta la telefono con quella stessa persona non sapevano più cosa dire, si bloccavano, provavano imbarazzo, gelo, inibizione dei sentimenti. Il motivo, con tutta probabilità, è che il tono della voce aumenta molto l’intimità e quindi la conoscenza, e subito cresce la paura che quello che proviamo sia inappropriato. Al telefono, quando si sente anche il tono della voce, e soprattutto quando ci si incontra “dal vivo”, si è maggiormente in contatto con una persona reale, non con quella immagine precedentemente prodotta dalla propria fantasia, e necessariamente quella immagine non può più essere evocata con la stessa facilità. Occorre fare un certo lavoro per adattare la nostra immagine interna alla nuova, e questo comporta dei rischi, non ultimo quello di non riuscire più a provare le cose che provavamo prima. Ma questo è il normale percorso dello sviluppo dei sentimenti, non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Come dobbiamo allora considerare le chat e tutti i rapporti basati prevalentemente sulla fantasia? Si può dire che possono essere delle opportunità molto belle per conoscere e far sbocciare delle cose che abbiamo dentro. Se ci pensi, mutatis mutandis è la stessa cosa che accade in una psicoanalisi: secondo la tradizione psicoanalitica, quello che chiamiamo transfert non è altro che questo insieme complesso e delicato di sentimenti che possono emergere nei confronti del terapeuta, sentimenti che ci dicono molto su come è fatta una persona e su come sono stati i suoi precedenti rapporti significativi (rapporto col padre, con la madre ecc., di cui appunto il rapporto transferale sarebbe una sorta di riedizione). Non a caso lo psicoanalista classico cerca di non farsi conoscere dal proprio paziente, di comportarsi in modo abbastanza anonimo, appunto per non distruggere questa potenzialità (ben sapendo che eliminare del tutto la propria influenza è impossibile). E non a caso in genere i pazienti hanno paura di conosce meglio il proprio terapeuta, ad esempio sono a disagio se lo incontrano per strada, appunto perché inconsciamente sanno che quel loro rapporto transferale è prezioso e vogliono preservarlo, anche perché fornisce loro conoscenza ed esperienze importanti utili alla terapia di cui hanno bisogno. Certo, vorrebbero anche conoscere il proprio terapeuta (così come chi chatta vorrebbe conoscere la persona con cui chatta), ma questo desiderio è in conflitto con la paura di perdere quell’altra cosa a cui tengono molto. Io in passato mi sono interessato molto alla psicoterapia in rete (cioè tramite Internet), e ho notato un curioso paradosso: molti psicoanalisti sono scettici verso questa nuova potenzialità, eppure non si rendono conto che la psicoterapia in rete estremizza (direi quasi in modo caricaturale) proprio alcuni aspetti centrali dell’approccio psicoanalitico, almeno nella sua versione classica o ortodossa (non voglio qui dilungarmi, ma se ti interessa posso mandarti in articolo che ho scritto in proposito).

Si possono fare tante altre considerazione a proposito dell’interessante problema che tu sollevi. Accenno solo alla possibilità che questi amori intesi e basati sulla fantasia abbiano una funzione “difensiva”. Pensa alla istituzione degli amanti, tanto presente e importante nella nostra società. Ho usato la parola “istituzione” perché pare proprio che non si riesca a eliminarla facilmente. Moltissime sono le persone che sentono il bisogno di tradire il/la partner con cui liberamente hanno scelto di dividere la propria vita e di cui peraltro non riuscirebbero a fare a meno (anche il tuo chattare può essere considerata una forma di tradimento, come ben sai, se non altro a livello di fantasia). Gli amanti, istituzione che esiste dal tempo dei tempi e ben prima che nascesse Internet, non possono essere eliminati facilmente, e il loro amore più si rinforza più sono “amanti”, cioè più sono clandestini, più esiste una coppia ufficiale dalla quale sono esclusi. Se la questione degli amanti fosse una questione di amare un’altra persona più del(la) partner, allora basterebbe separarsi e mettersi con l’amante, e tutti questi problemi sarebbero risolti in tutto il mondo. Ma non a caso ciò viene evitato da quasi tutti. Naturalmente a livello conscio questa verità non viene riconosciuta, anzi, gli amanti soffrono e si lamentano della loro condizione. Eppure vi sono innumerevoli esempi che dimostrano che la condizione dell’amante è bella appunto proprio perché è clandestina, irregolare, è da questa condizione di non ufficialità che trae la sua linfa vitale. Se la coppia ufficiale si separa, non raramente anche gli amanti subito si separano perché cessa improvvisamente l’amore, l’attrazione sessuale che prima era così forte ora non c’è più. Oppure, se la coppia degli amanti diventa quella ufficiale, presto uno dei due sente uno strano desiderio di innamorarsi di un’altra persona, si guarda attorno, prova varie simpatie, sente il bisogno di ricreare una situazione triangolare.

Come si spiega tutto ciò? La psicologia ha proposto tante teorie al riguardo. La psicoanalisi ad esempio, fin dai tempi di Freud, affrontò questo problema di petto, e fece l’ipotesi che vi fosse una paura inconscia verso la condizione monogamica, ufficiale, “normale”, paura che inevitabilmente porta alla frigidità e alla depressione (pensa a quelle tante coppie di coniugi che, totalmente ignari delle proprie dinamiche inconsce, razionalizzano la loro difficoltà a stare bene insieme dicendo che alla sera “si annoiano a guardare sempre la televisione”, oppure a quelli che dicono che “è la convivenza che toglie vitalità al matrimonio” — quando ben sappiamo che per altre coppie è proprio la convivenza che fa crescere i sentimenti e il piacere di stare insieme). Il bisogno profondo di vivere qualcosa di bello con la propria fantasia, di “evadere”, di provare sentimenti intensi — bisogno perfettamente legittimo — potrebbe insomma essere concepito non “in positivo”, ma “in negativo”, cioè come il tentativo disperato di provare determinati sentimenti dato che il soggetto non riesce a provarli nel modo “normale” perché ne ha paura. L’unica possibilità per lui è appunto di viverli in un situazione non vera, parziale, non ufficiale, in cui si sente meno responsabile di quello che fa, forse meno “in colpa” (infatti è proprio il senso di colpa — di natura incestuosa, derivante dalla identificazione nella coppia dei genitori — una delle ipotesi avanzate dalla psicoanalisi per questi fenomeni, riconducibili per brevità al paradigma classico dell’isteria). Chi quindi gode tanto in questi bei rapporti di fantasia (e, appunto, non di realtà!) non sarebbe più virile o interiormente più ricco, non avrebbe una vita affettiva più intensa, ma sarebbe semplicemente un impotente, una persona che ha paura della intimità affettiva e sessuale, forse anche della amicizia vera.

Tu mi dirai a questo punto: cosa centra tutto ciò con al mia passione per le chat? Non lo so, forse niente. O forse molto, nell’ipotesi che la tua attrazione per le chat nasca da dinamiche conflittuali simili a quelle descritte prima. Non ti conosco e ovviamente non mi permetto di dare giudizi, quello che ho voluto fare è solo dare degli stimoli di riflessione, far pensare te e altri eventuali lettori sulla complessità delle dinamiche psicologiche che possono guidare, a volte in modo completamente inconscio, la nostra vita.

Grazie per la opportunità che mi hai dato di riflettere il tuo problema. Per ogni chiarimento, non esitare a contattarmi.
Risponde

Paolo Migone, Psichiatra, Psicoterapeuta, Condirettore della rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”

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