LA PERDITA BRUTALE NELLE FAVOLE

Questo è il seguito dell’articolo su “LA DONNA FERA: L’ISTINTO CHE SALVA” , anch’esso tratto dal libro di Clarissa P. Estès “Donne che Corrono Coi Lupi”.

Qui l’autrice fa un ulteriore passo avanti e, dopo aver narrato la versione magiaro-germanica della favola “Le scarpette rosse” (piuttosto diversa da quella di Andersen) passa a spiegarne il significato ed il valore pedagogico, simbolico ed archetipico nell’ambito della vita psichica femminile e della sua profonda realizzazione.

Buona lettura a tutti!

E’ più che ragionevole domandarsi come mai le favole presentino episodi tanto brutali. E’ un fenomeno che si ritrova nei limiti e nel folklore di tutto il mondo. La conclusione macabra di questo racconto è tipica delle favole in cui la protagonista spirituale non riesce a completare la trasformazione (spirituale ndr).

Nel mondo tecnologico moderno, gli episodi brutali delle favole sono stati sostituiti dagli spot televisivi; mostrano per esempio una foto di famiglia, con un suo componente cancellato, e la foto macchiata di sangue, per far vedere che cosa accade quando si guida in stato di ubriachezza, o tentano di dissuadere la gente dal far uso di droghe mostrando un uovo che frigge in un pentolino e dichiarando che questo accade al cervello per colpa delle droghe. Il motivo brutale è un sistema antico per provocare l’IO emotivo affinchè ponga attenzione a un messaggio serissimo.

La verità psicologica in “scarpette rosse” è che l’esistenza piena di una donna può essere spiata, minacciata, allettata, rubata, se non trattiene o recupera la sua gioia fondamentale e il suo IO selvaggio. Il racconto richiama la nostra attenzione sulle trappole e i veleni che troppo facilmente accettiamo quando ci manca l’anima selvaggia. Senza una costante partecipazione alla natura selvaggia, la donna muore di fame e cade nell’ossessione: “lasciatemi stare” e “amatemi per favore“.

Quando ha fame, la donna accetta qualunque surrogato le venga offerto, compresi quelli che, come i placebo, non le fanno assolutamente nulla e quelli distruttivi, letali, che ne sprecano orrendamente il tempo e i talenti o espongono la sua vita a un pericolo fisico. E’ una carestia dell’anima che induce la donna a scegliere cose che la faranno danzare pazzamente, senza controllo, fino alla porta del boia.

Per comprendere meglio il racconto, dobbiamo esaminare come una donna può perdersi così drasticamente se perde la sua vita istintuale e selvaggia. Il modo per conservare quel che abbiamo, per ritrovare il femminino selvaggio, è osservare gli errori che una donna in trappola può commettere.

Come vedremo, la perdita delle scarpette rosse fatte a mano (con gli stracci dalla protagonista povera, ma pienamente felice e soddisfatta di esse, ndr) rappresenta la perdita dell’esistenza prescelta e della vitalità appassionata, e l’accettazione di una vita troppo addomesticata. Ciò comporta una perdita della percezione precisa, e quindi l’eccesso, e quindi la perdita dei piedi, la piattaforma su cui siamo erette, la nostra base, la parte profonda della natura istintuale che sostiene la nostra libertà (nella fiaba la protagonista se li fa tagliare dal boia perché, non riuscendo a togliere le scarpette rosse, queste la portano a danzare follemente fino all’esaurimento, ndr).

Scarpette Rosse ci mostra come inizia un deterioramento e in che stato ci si ritrova se non interveniamo per conto del nostro lato selvaggio. Sia chiaro: sforzandosi per intervenire e dar battaglia al suo demone, la donna combatte una delle battaglie più degne, sia nell’archetipo sia nella realtà consensuale.

Anche se non ci augureremmo mai le velenose scarpette rosse e la conseguente diminuzione di vita per noi o gli altri, c’è nel suo centro distruttivo e impetuoso un qualcosa che tramuta l’ardore in saggezza nella donna che ha danzato la danza maledetta, che ha perduto se stessa e la sua vita creativa, si è trascinata all’inferno, e tuttavia si è appigliata a una parola, a un pensiero, a un’idea, fino a sfuggire al suo demone e a vivere per raccontarlo.

Così la donna che ha danzato senza controllo, e ha perduto i piedi (la sua libertà/potere di essere e andare nel mondo, ndr)  e comprende la deprivazione alla fine della favola, ha una saggezza speciale e preziosa.  E’ come un saguaro, un bellissimo cactus che vive nel deserto. Lo si può bucare, tagliuzzare, calpestare, e continua a vivere, a crescere, a tornare all’antica bellezza.

Le favole finiscono dopo dieci pagine, la nostra vita no. Nella nostra esistenza, se un episodio è una catastrofe, pure ci aspetta un altro episodio, e poi un altro ancora. Si presentano sempre altre occasioni per forgiare la nostra vita nel modo che ci meritiamo di viverla. Non perdete tempo a rimuginare su un fallimento. Esso è un maestro migliore del successo. Ascoltate, imparate, andate avanti. Di questo racconto ascoltiamo infatti l’antico messaggio: guardiamo i modelli deterioranti per andare avanti con la forza di chi sa vedere in anticipo le trappole, le gabbie e le esche.

Cominciamo a chiarire questa importantissima favola comprendendo che cosa accade quando la vita che riteniamo vitale e preziosa, comunque gli altri la considerino, la vita che soprattutto amiamo viene svalutata e ridotta in cenere.

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