INTERVISTA SULLA FELICITA’

E’ con grande piacere che pubblico – anche io – questo scambio di riflessioni sulla felicità  sottoforma di intervista, tra me (Psicologo Clinico outsider, filo-buddista) ed il mio amico blogger Giuseppe Vignera, degno Filosofo,  sostenitore di quella parte della filosofia che si rifà alle tesi del platonismo.

Buona lettura!

Giuseppe: Annalisa, tu sei una psicologa, non perdiamo tempo ed andiamo alla domanda fondamentale: che cos’è la felicità per la psicologia o per lo meno come interpreti la stessa nella tua professione?

Annalisa: «Non è semplice definire la felicità perché ognuno ha una sua idea di felicità. Però da psicologo, per esperienza professionale e di vita, ho compreso una cosa molto importante: e cioè che la felicità è sentirsi interi. Integri. Coerenti. Aderenti a se stessi. Tu mi dirai: si ma che vuol dire essere aderenti a se stessi?

Innanzitutto significa conoscersi; cioè essere consapevoli dei moti del proprio animo e del proprio cuore (passami la metafora romantica per alludere ai sentimenti) e consapevoli di ciò che realmente si desidera. Significa conoscere i propri atteggiamenti cognitivi: schemi mentali, convinzioni, modalità di interpretare la realtà. E sapere che questi influenzano il nostro modo di reagire ed agire.

Ma non basta, perché poi occorre far si che le decisioni e le scelte che si compiono ogni attimo siano coerenti con i propri veri desideri e rappresentino un’apertura al mondo e agli altri.

Quindi via libera a tutte le decisioni prese sulla scia di emozioni quali la compassione, l’amore, l’affetto, il rispetto, l’empatia e la tolleranza. No alle scelte fatte quando si è agiti da sentimenti di paura, rabbia, invidia, gelosia o rancore. E’ evidente come queste ultime non facciano che esasperare situazioni difficili e stati d’animo tribolati. Senza produrre in realtà nulla di veramente nuovo e costruttivo.

La felicità in quest’ottica è un modo di essere e di pensare se stessi e gli altri, non dipende dall’esterno, come molti sono portati a pensare. Dipende da quanto si è capaci di una visione costruttiva, tollerante e compassionevole degli altri e dei fatti che avvengono.

Mi rendo conto di come tutto questo suoni “buonistico”. Questo accade perché non siamo abituati a considerare le cose da un punto di vista costruttivo  ed auto-responsabilizzante ma solamente – o forse soprattutto – da un punto di vista individualistico e competitivo, che instaura un circolo vizioso in cui prevalgono sentimenti di paura, invidia, sensi di colpa e inadeguatezza.

E questi di certo non permettono alla felicità di emergere.»

Annalisa: Giuseppe tu sei un manager di una grande azienda e ti sei appassionato alla filosofia, perché?

Giuseppe: «L’amore per la filosofia è nato durante i tempi del liceo, ed è cresciuta nel corso degli anni fino a quando non è deciso di concretizzarlo recentemente  in un percorso di studio universitario, rubando un po’ di tempo alla mia famiglia. Amo la filosofia perché la vedo come strumento di cura dei malesseri esistenziali e quindi come uno strumento di aiuto per le persone e per le organizzazioni.»

Annalisa: Arrivo anche io al punto del nostro incontro chiedendoti: cos’è e come è stata considerata la felicità dalla filosofia?

Giuseppe: «Molte sono le posizioni dei filosofi a riguardo la felicità ma possiamo sommariamente dividerle in due grandi famiglie: quella che ritiene la felicità raggiungibile nel qui ed ora e quella che al contrario non la ritiene raggiungibile nel presente.

Io non credo che la felicità sia raggiungibile nel presente, nella quotidianità dell’esistente.

Innanzitutto occorrerebbe distinguere la felicità che io considero uno stato dell’essere, dalla fenomenologia che la riguarda e che sono tutti i vari stati emotivi positivi che possiamo provare: gioia, soddisfazione, piacere, appagamento e che noi confondiamo e chiamiamo erroneamente con il termine felicità. Sbagliando riteniamo infatti che il raggiungimento di questi stati di benessere corrispondano al raggiungimento della felicità.

Essa al contrario è uno stato permanente dell’essere come per l’acqua è quello di essere liquida. E la definirei come il totale e duraturo appagamento del proprio essere.

La felicità è quindi appagamento totale di tutto il nostro essere nella sua composizione di spirito e corpo ma anche soddisfazione duratura e che quindi ha una durata nel tempo consistente.

 La felicità “imperfetta” che noi proviamo al presente nasce dal fatto di appagare un desiderio, un senso, un’azione fisica o intellettiva.  Diventa chiaro che in una realtà presente imperfetta come è la realtà in cui esistiamo non è possibile un appagamento totale perché vi è una serie di ostacoli (il corpo fisico con la sua limitatezza, la società e la natura)che ci impediscono la perfezione di tale stato.

 Ma occorre anche dire che questa condizione di impossibilità al raggiungimento di uno stato di felicità è necessario in quanto diviene il motore propulsore del progresso umano. E’ come nel mito di “Sisifo”, eroe mitico condannato dagli dei per la sua tracotanza nei loro confronti, che è costretto a far rotolare un macigno su per una montagna, solo per vederlo ricadere giù, pronto ad essere di nuovo rotolato in cima in un supplizio eterno. L’uomo nel “hic et nunc” è simile a quell’eroe mitologico, costretto ad una felicità imperfetta che lo spinge a ricercare nuove e più importanti fonti di soddisfazione e di piacere, come eterni affamati di una felicità irraggiungibile.

Io ritengo che la felicità sia uno stato dell’essere che potremo raggiungere solo nella trascendenza, quando saremo liberi dai vincoli di questo mondo così imperfetto. Solo allora il nostro essere potrà avere accesso ad uno stato di  perfezione e quindi alla  vera Felicità.

Naturalmente esistono altre correnti di pensiero che ritengono la felicità possibile nel presente e sono tutte quelle in cui viene negata una trascendenza. E’ generalmente la loro però una felicità limitata, non duratura, molte volte legata al piacere o all’utile.»

Giuseppe: Molti scienziati dicono che la felicità è un fatto fisico: una corrente elettrica, una scarica di adrenalina  o altri meccanismi neurofisiologici ed è solo una costruzione umana il pensare che ci possa essere qualcosa di diverso da questo. Qual è la tua opinione in proposito?

Annalisa: «Sicuramente, possedendo un corpo fisico, alla base del nostro sentire esiste tutta una serie di complessi ed interdipendenti meccanismi neurofisiologici, come quelli cui ti riferisci nella domanda.

Tuttavia, il fatto di aver individuato il modo in cui tali meccanismi funzionano non indica che in essi si risolva definitivamente la questione delle emozioni. Si tratta a mio avviso solamente di uno degli aspetti che possono essere considerati, osservati e conosciuti.

Non bisogna cedere alla tentazione – di vago sapore riduzionistico e meccanicistico – di credere che parcellizzando, frammentando e  declinando lo studio dell’essere umano in termini di processi fisiologici, si possa finalmente giungere ad una sua definitiva e globale comprensione.

Se ne arriva secondo me a conoscere soltanto alcuni aspetti, quelli certamente legati al funzionamento biologico e fisiologico. Ma non dimentichiamo che una persona è un fatto complesso, una sorta di proprietà emergente che è più della somma dei meccanismi che la tengono in vita.»

Giuseppe: Ho notato che poni a base della felicità una attenzione particolare al fatto di “conoscere se stessi”; esistono delle tecniche specifiche che utilizzi, qual’ è la strada che consigli alle persone che incontri nel tuo lavoro di psicologa e psicoterapeuta?

Annalisa: «Ti risponderò con una provocazione: non ti sembra paradossale ricorrere a delle “tecniche” per fare qualcosa che dovrebbe essere totalmente spontaneo?

La questione infatti non è: quali tecniche usare. La questione è: vogliamo davvero assumerci la responsabilità delle nostre scelte?

Perché spesso capita che le persone si lamentino della loro condizione relazionale, di un malessere strisciante o di disturbi chiari e limitanti. Ma con difficoltà accettano l’idea che la responsabilità personale delle scelte fatte, assume in tutto ciò un ruolo molto importante.

Faccio un esempio molto banale e semplificato: se mi lamento del fatto che tutte le mie relazioni sentimentali finiscono male, ma poi non mi rendo conto o non voglio accettare la responsabilità delle scelte che faccio in merito (scegliere ad esempio ripetutamente un certo tipo di partner, ripetere schemi comportamentali distruttivi ecc…) non ne uscirò tanto facilmente!

Detto questo, che mi sembrava doveroso specificare, vado a dare una risposta più “tecnica” alla tua domanda.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) si basa sul modello cognitivo secondo il quale le emozioni e i comportamenti delle persone sono influenzati dal loro modo di vedere le cose; dal modo in cui percepiscono eventi e circostanze insomma. Quindi considera che, all’origine di un disturbo o sintomo, esistano una serie di convinzioni distorte e pensieri disfunzionali che innescano una modalità interpretativa di eventi ed esperienze tale da produrre – nel cliente –  comportamenti disadattivi (sintomi).

Per questo si pone il fine di aiutare le persone a riconoscere e modificare quegli  “schemi interpretativi” che provocano emozioni disfunzionali e comportamenti disadattivi.

Ti faccio l’esempio di una persona che si trova a fare i conti con un lavoro da portare a termine (compilare un progetto):

  1. CREDENZA DI BASE (quella che è radicata profondamente ed è la più difficile da identificare): NON VALGO NIENTE

quindi

  1. CREDENZA INTERMEDIA: SE non porto a termine il lavoro ALLORA sono un fallito (schema tipico del “se…allora…”)

Abbiamo poi da considerare i seguenti elementi in questa situazione:

•        SITUAZIONE ATTIVANTE: scrittura del progetto (stimolo che innesca la valutazione)

•        PENSIERI AUTOMATICI NEGATIVI: è troppo difficile per me; non ci riuscirò mai; non sono all’altezza; tanto non lo porterò a termine… ecc ecc…

•        REAZIONI (prodotte dai pensieri che a loro volta sono stati prodotti dalle credenze o convinzioni):

1) emotiva: senso di fallimento, tristezza, angoscia o ansia

2) comportamentale: abbandonare il lavoro

3) fisiologica: tachicardia, senso di pesantezza al petto (variabile da soggetto a soggetto)

Di nuovo, consideriamo che all’origine dei disturbi esista un modo distorto di pensare ed interpretare (dare un senso quindi) eventi e circostanze; tale schema interpretativo – convinzione – credenza è in grado di influenzare attraverso i pensieri l’umore del cliente e i suoi comportamenti. Come avviene nell’esempio che ti ho fatto.

Perciò la cosa principale è aiutare la persona a diventare consapevole e riconoscere questi schemi interpretativi nel momento in cui essi iniziano ad operare.

Per fare ciò, si insegna gradualmente al cliente a prestare attenzione alle emozioni ed ai pensieri sottostanti che si scatenano in determinate circostanze (oggetto della terapia), attraverso l’uso di una sorta di diario personalizzato che richiede la compilazione di elementi specifici da parte del cliente.

Quello che segue  è un esempio di “diario stimolo-comportamento”:

1)      SITUAZIONE – STIMOLO

(l’evento che fa scattare la catena interpretazione- pensiero- emozioni- -comportamento)

2)      INTERPRETAZIONE COGNITIVA

(i tuoi pensieri in merito all’evento, le tue valutazioni buono-cattivo, accettabile-inaccettabile ecc… il tuo modo di valutare l’accaduto)

3)      EMOZIONI – ASPETTI FISIOLOGICI

(le emozioni che si scatenano e che provi e i loro connotati  fisiologici quali ad esempio,  morsa allo stomaco, accelerazione del battito cardiaco, sudorazione, brividi, tensione muscolare ecc)

4)      COMPORTAMENTO MESSO IN ATTO

(ciò che concretamente fai: ad esempio telefonare, fumare, controllare ecc ecc…)

5)      CONSEGUENZE DEL COMPORTAMENTO

Ovviamente, non basta compilare il diario (cosa meno semplice di quanto possa sembrare) ma occorre utilizzarlo come strumento di consapevolezza e cambiamento in seduta, insieme al supporto del terapeuta.»

Annalisa: Giuseppe ci sono – e se si, quali sono – differenze tra ciò che la filosofia e la religione considerano portatore di felicità?

Giuseppe: Filosofia e religione sono due vie umane per raggiungere la verità.

Platone, utilizzando la voce di Simmia, allievo di Socrate, nel Fedone ci racconta i modi con cui penetrarla:

«Mi sembra, Socrate, e forse sarai anche tu del mio parere, che essere così sicuri su certe questioni, sia una cosa impossibile o, per lo meno, molto difficile, almeno in questa vita; d’altronde, io penso che il non esaminare da un punto di vista critico le cose che si son dette, il lasciar perdere il problema, prima di averlo indagato sotto ogni aspetto, sia proprio dell’uomo dappoco; quindi, in casi simili, non c’è altro da fare: o imparare da altri, come stanno le cose, o trovare da sé, oppure, se questo è impossibile, accettare l’opinione degli uomini, la migliore s’intende, e la meno confutabile e con essa, come su di una zattera, varcare a proprio rischio il gran mare dell’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina.» (Platone, Fedone, xxxv c-d)

Bellissima l’immagine della conoscenza come una zattera e della conoscenza divina addirittura come una nave che servono entrambe per attraversare il mare dell’esistenza.

Grandiosa direi epica l’immagine dell’esistenza come un gran mare a volte calmo ma per lo più tempestoso e pronto ad inghiottirci nelle sue nere profondità.

Quindi esistono due modi di accedere alla verità: uno che utilizza gli strumenti della ragione, il pensiero, proprio o altrui, l’altro che utilizza la rivelazione divina, noi diremmo oggi la parola di Dio.

Per quanto riguarda la felicità, essendo poi questo lo scopo ultimo della vita di un uomo è chiaro che sia filosofia che religione ne fanno un oggetto  fondamentale del loro studio.

Diverso è il loro traguardare, mentre la religione ha la certezza di una trascendenza, per cui chiaramente situa il raggiungimento della felicità a premio di un esistenza terrena che ha seguito determinate regole, può consistere nella sequela della via orfica o l’adesione alla parola ed alla figura del Cristo.

La filosofia al contrario cerca una via alla felicità anche nel qui ed ora, come ambito naturale dell’utilizzo della ragione.

E qui torniamo alle due scuole di pensiero, quella che dimostra l’esistenza di un trascendente e che arriva in parallelo alle stesse conclusioni della religione e quella che dimostra la non esistenza di un trascendente e che quindi cerca forme di felicità nel hic et nunc.

Una via di mezzo raggiunta dalla filosofia in questo senso è la ricerca al posto della felicità della tranquillità dell’animo, dell’imperturbabilità, espressa principalmente dalle correnti stoiche ed epicuree della tarda antichità.

La ricerca della felicità rende infelici, per cui a questa ricerca va sostituita la ricerca di una pace interiore che permetta di vivere con distacco rispetto agli eventi ed alle cose terrene.»

 Annalisa: “Bene! Direi che abbiamo affrontato un bel po’ di temi di grande importanza e sempre centrali nella ricerca umana di un senso, della felicità o semplicemente della serenità.

Prima di concludere però, vorrei tornare alla metafora della conoscenza come zattera e ricordare che anche il Buddha, in uno dei suoi discorsi, paragona l’insegnamento della Via (con il suo complicato sistema di pensiero e la sua pratica quotidiana) ad una zattera, utile per attraversare il fiume che separa la riva agitata dalla riva tranquilla della vita, e giungere infine alla riva tranquilla. Ma poi consiglia anche di lasciare la zattera in acqua, una volta giunti dall’altra parte, se si vuole approdare sull’altra sponda e continuare il cammino!

Infine un’ultima cosa a chiusura del mio intervento: afferrare l’ironia della zattera significa capire che in un certo senso non c’è mai stata nessuna zattera, ma che era solo una parte di noi che adesso conosciamo e non distinguiamo più da noi stessi. Il pensiero buddhista si spinge ancora oltre, infatti, ed afferma che in realtà non esiste nessuna riva terribile e nessuna riva pacifica, ma esiste una sola realtà, siamo solo noi a vederla in modi diversi. Soltanto in noi esiste il concetto di “opposti” che tanto ci fa penare, perché alla radice del giudicare e dell’allontanare. Meditate gente…meditate…”


 

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