IL PERFEZIONISTA INCARTATO

Dott.ssa Annalisa Barbier

Procrastinazione e perfezionismo vanno spesso a braccetto! Il perfezionista (come spiegherò più il là) si “incarta” tipicamente in due fasi fondamentali del lavoro: all’inizio e alla fine.

Perché questi rappresentano i momenti in cui maggiormente percepisce la responsabilità del risultato, e la tensione ad essa legata, e cerca di alleggerirla sviando attenzione, tempo ed energie su una serie più o meno lunga di attività laterali.

Molte persone si lamentano di non riuscire ad impegnarsi con costanza, di non poter quindi ottenere ciò che vogliono, di avere la sensazione di perdere il loro tempo, di non riuscire a portare a termine una impegno o anche di avere la sensazione che il tempo disponibile non sia mai abbastanza per le loro iniziative.

In molti di questi casi ci possiamo trovare di fronte a diversi elementi che inficiano la capacità di identificare, progettare e realizzare un obiettivo. Semplificando possiamo dire che:

  1. Prima di raggiungere un obiettivo è necessario definirlo, e prima ancora di definirlo è necessario conoscerlo, o meglio ri-conoscerlo come importante e chiaro: insomma bisogna dargli un nome e un cognome!
  2. Poi bisogna capire come e cosa fare per raggiungerlo (a questo punto entrano in gioco una serie di strategie che affronterò successivamente).
  3. Infine bisogna AGIRE. Infatti, una volta stabiliti i passi da compiere all’interno del percorso generale, occorre iniziare a camminare!

Ed è qui che il procrastinatore dà il meglio di sé!  A questo punto una buona percentuale del tempo inizialmente dedicato allo svolgimento di un compito specifico verrà inevitabilmente destinata ad attività di contorno che presentino le seguenti caratteristiche:

  • Percepite come non importanti
  • Ripetitive
  • Che richiedono poco o veloce impegno mentale
  • Eseguibili in parallelo tra loro e con l’attività-target principale (es. controllare ripetutamente mail, Twitter, Facebook; alzarsi continuamente per fare qualcosa in casa o gingillarsi in ufficio controllando documenti, temperando le matite, facendo telefonate o andando a prendere un caffè). La lista delle attività alternative è praticamente infinita.

Ma quali sono i meccanismi che spingono il procrastinatore a posticipare continuamente – finché possibile e compatibile con l’ambiente esterno  – la terminazione di un compito?

A mio avviso possono essere diversi, e dipendere a loro volta da specifici atteggiamenti che guidano il comportamento attraverso il dialogo interiore.

Me ne vengono in mente alcuni:

  • PAURA –EVITAMENTO: quando il timore di non riuscire a dimostrare il proprio valore come si vorrebbe o di fallire, spinge a procrastinare. Il rimandare in questo caso funziona come una forma di evitamento: allontana in senso temporale un eventuale evento doloroso, comportando una “ricompensa” in termini di riduzione della pressione emotiva che percepisce nel momento presente.
  • PERFEZIONISMO 1: il procrastinatore perfezionista si definisce tale già da solo! Affinché questo individuo possa mettersi al lavoro tutto deve essere perfetto: nessuna distrazione all’orizzonte, pochi rumori, nessuna telefonata che interrompa, scrivania in ordine e chi più ne ha più ne metta! Ah dimenticavo: si deve anche sentire fisicamente e psicologicamente in perfetta forma!
  • PERFEZIONISMO 2: in questi casi non si termina un lavoro nel tentativo – vano –  di raggiungere la perfezione del lavoro stesso, cambiando e modificando continuamente strategia e modalità o rifacendo daccapo ciò che era già stato fatto. Perdendo e facendo perdere tempo al resto del team, quando si lavora in squadra. Questo tipo di procrastinatore può presentare tratti ossessivi.
  • SCARSA MOTIVAZIONE: a volte semplicemente la scarsa motivazione a portare a termine un compito è il motore intrinseco del continuo rimandare. In questi casi, si deve lavorare sulla trasmissione di abilità e capacità di auto motivazione.
  • NOIA:  esiste poi il procrastinatore che rimanda per noia, perché non più interessato ad un determinato obiettivo o attività, perché incapace di MANTENERE la motivazione e continuamente desideroso di iniziare esperienze sempre nuove e stimolanti. A mio avviso, il “feticista dell’incipit” è particolarmente pericoloso all’interno di un’organizzazione perché – spesso geniale, stimolante e vulcanico – coinvolge tutti nelle sue iniziative per poi mollarli a metà strada. Con grande perdita di tempo. A volte anche denaro. Quasi sempre di motivazione.

Questo mio elenco non vuole essere esaustivo, anche perché per esserlo dovrebbe coprire una lunga serie di atteggiamenti psicologici e comportamenti davvero molto diversi tra loro – considerandone anche le diverse motivazioni – , ma rappresenta una descrizione delle categorie di appartenenza più ampie.

Ognuna delle suddette macro-categorie risponde a specifici trattamenti ed interventi cognitivo-comportamentali; inoltre occorre sempre ricordare e considerare la soggettività della persona in questione, la sua storia personale e le profonde necessità psicologiche alle quali l’atto del procrastinare risponde.

Perché nessuno di noi agisce senza un fine. E nessuno di noi si incarterebbe in un rimandare continuo se non ne avesse un ritorno in termini di RINFORZO.

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