L’AMORE MALATO

L’ennesima, agghiacciante storia di violenza familiare terminata in tragedia si è consumata 5 giorni fa a Roma, quando un pregiudicato disoccupato di 26 anni, in seguito ad una lite con la compagna, ha gettato nel Tevere il loro piccolo di 16 mesi.
I particolari della vicenda li troverete esposti nei tanti articoli di cronaca che sono stati scritti, non mi dilungherò perciò nella loro descrizione.
Ciò che appare evidente è che il sostegno della Pubblica Amministrazione viene a mancare: le donne vittime di violenza non sanno a chi rivolgersi per avere un sostegno psicologico e concreto; vengono invitate a desistere per non inasprire il comportamento del compagno violento e quando denunciano regolarmente ogni atto di violenza fisica, le denunce si ritorcono contro di loro.
Fino al paradosso che le vede accusate di istigare ulteriormente il carnefice.
Siamo allo sbando in un Paese che ha perso i denari per sostenere i bisognosi e che, ciò che è peggio, ha perso la fiducia nella giustizia.
L’AMORE MALATO
Ci sono relazioni sentimentali patologiche, basate su equilibri derivanti da storie, necessità e comportamenti disfunzionali. C’è quello che viene definito “amore malato” e che si concretizza spesso in violenze psicologiche e fisiche, fino ad arrivare all’omicidio: eliminazione fisica dell’altro in quanto dolorosa rappresentazione di inaccettabili dinamiche abbandoniche.
I protagonisti di queste relazioni disfunzionali sono la VITTIMA ed il CARNEFICE; entrambi malati, entrambi infelici, entrambi incapaci di vivere una relazione sentimentale stabile, serena e gratificante.
Le violenze domestiche sono caratterizzate da un aspetto peculiare: la stretta relazione tra vittima e carnefice, una sorta di “doppio legame”, che rappresenta la base di una relazione costruita su una serie di regole spesso implicite, che consentono al carnefice di spingersi fin dove la vittima glielo permette, arrivando fino al maltrattamento psicologico e fisico.
Ricordiamo che qualunque dinamica all’interno di una coppia, nasce e si alimenta  con il contributo di entrambi i partner; perciò se una donna perdona al partner di averla colpita una volta senza opporvisi e senza dare al fatto la debita importanza, è come se autorizzasse implicitamente lo stesso comportamento in futuro.
Inoltre, perché la donna spesso non si sottrae ad una situazione di abuso e maltrattamento?
Spesso la donna in queste circostanze appare passiva, accettante e restia a sporgere denuncia perché legata al desiderio di mantenere una condizione di “accordo” ed equilibrio che, seppure doloroso, le appare comunque migliore di quella cui andrebbe incontro se gli equilibri si rompessero (abbandono, mantenimento dei figli, condizione sociale, sostentamento). Tale equilibrio viene definito – nell’ambito della Teoria dei Giochi –  “Equilibrio di Nash” dove, in termini psicologici, la migliore condizione possibile è rappresentata per la vittima dal mantenimento dello status quo, poiché il cambiamento richiederebbe un investimento psichico troppo elevato.
Ci sono inoltre da considerare gli aspetti psicologicidelle donne abusate, che frequentemente ne caratterizzano la personalità sin dall’infanzia e di questi parlerò nel prossimo articolo.
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