LA VITA SIMBOLICA

Articolo di http://betapensiero.blogspot.com/

Sono fiera di pubblicare l’articolo di un collega blogger davvero meritevole. E lo ringrazio per questo bellissimo contributo. Non avrei potuto fare di meglio.

Nel 1939 in un seminario, la cui trascrizione è pubblicata in Italia sotto il titolo “La vita simbolica”, Jung risponde ad una domanda sulla relazione tra nevrosi e religione.

Gli viene chiesta ragione della diversa incidenza di nevrotici protestanti o cattolici. In tutta la sua carriera Jung sostiene di non avere avuto più di sei pazienti cattolici. Egli lavorava, è vero, nella Svizzera protestante, ma i suoi pazienti non si limitavano certo alla Svizzera, ed essa confina con l’Italia, la Francia e la Germania meridionale cattoliche. Il dato necessitava pertanto di una interpretazione. Occorre innanzitutto precisare che i cattolici che (non) sono stati pazienti di Jung vivevano all’inizio del Novecento e considerare che peculiarità del cattolicesimo, come il dogma dell’infallibilità papale, venivano vissute allora diversamente da adesso. Mediamente si può dire che il cattolico credeva nella guida a lui destinata nel suo percorso spirituale. Il protestante, per definizione, doveva invece affrontare il sentiero interpretando egli stesso la Bibbia. L’uno viveva una dimensione spirituale protetta. L’altro, nel sentiero che porta da un’oasi all’altra, doveva affrontare da solo il deserto ed i mostri che poteva trovarvi. Da qui le nevrosi. Il sentiero spirituale è – per Jung – affrontare la dimensione simbolica della vita. Noi abbiamo “un disperato bisogno” di vita simbolica. Rituali e simboli tipici di una religione nutrono questa dimensione.

La nevrosi è controindicazione possibile di un percorso più autonomo. Probabilmente il prezzo da pagare per una maggiore libertà. Oggigiorno comunque la distinzione avrebbe ben poco peso poiché a prescindere da quale confessione raramente essa supera un valore di facciata. Nell’anima (psiche) dell’uomo odierno la vita simbolica viene sconfessata, derisa o – probabilmente la peggiore delle ipotesi – resa vuota caricatura new-age. In questo scenario le nevrosi difatti prolificano. Jung parla inoltre della popolazione degli indiani Pueblo. Essi si ritengono figli del sole e credono che i loro rituali mattutini e serali siano indispensabili al suo sorgere e tramontare. Tutto ciò è da loro creduto molto concretamente e potrebbe – prosegue Jung – sembrare una forma di leggera pazzia. Consideriamo tuttavia che tra i Pueblo le nevrosi sono sconosciute e la qualità della loro vita è molto alta. Vogliamo confrontare gli effetti sul proprio equilibrio psichico del sentirsi figli del Sole ed a lui indispensabili con il ritenersi gli ultimi degli esseri inutili di un’inutile esistenza? In altre parole, la visione di questi “pazzi” è molto più funzionale della nostra visione “razionale”. Le virgolette sono necessarie per sottolineare quanto in effetti poco pazzi siano i Pueblo e quanto poco razionale sia la visione che non esista senso alcuno. Una visione veramente razionale è consapevole del fatto che il mondo sia da noi interpretato attraverso dei filtri che oggi chiamiamo “mappe mentali”. Per dirlo con le parole di Bateson: “Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo in cui viviamo.” Non possiamo conoscere la realtà, né pertanto appellarsi a sue interpretazioni oggettive. Possiamo però valutare gli effetti di sentirsi figli del Sole o esseri inutili… Jung stesso ricorda tuttavia che non si può bluffare, non si può tornare indietro, non si può simulare. Non ci si può fingere Pueblo per il semplice fatto che non lo siamo. Preziosa distinzione dal pensiero positivo new-age: non basta scegliere o professare: occorre essere. Se siamo da soli nel deserto della vita simbolica non serve fingere di avere guide che non sono le nostre, come non serve fingere di non essere nel deserto. Occorre tirare fuori la bussola che ci indichi il nord e, memori del nostro bisogno di vita simbolica, nel cammino, divenire.

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