SULLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Intervista concessa dal Professor Nicola Ghezzani alla

giornalista Paola Grimaldi, per la rivista “Focus”

http://affettivitaamore.altervista.org/dipendenza_affettiva-intervista_focus.html

Giornalista: Gentile dott., ho pensato leggendo un po’ di materiale di concentrarmi sulla dipendenza affettiva che, adesso, va sotto il nome di love addiction.

Avrebbe qualche dato numerico sull’incidenza di questo disturbo? Più femminile che maschile, vero?

Nicola Ghezzani: Negli studi psicoterapia il disturbo è, per la maggior parte, femminile, in un rapporto del 90% circa rispetto alla quota maschile. Ma se includiamo nel disturbo i dati sulla violenza privata fra coniugi e fidanzati e quelli sulle molestie fra separati allora la quota maschile si eleva e si raggiunge un rapporto 30% rispetto a un 70% di quota femminile. Se a questo si aggiunge un certo numero di depressioni maschili di cui non si ammette la derivazione sentimentale (perché l’uomo ha un rapporto fobico con la sua dipendenza) si arriva anche a un 40% contro il 60% circa. Questo perché mentre la donna dipendente affettiva di solito si macera dentro e sviluppa un disturbo psicologico, l’uomo dipendente affettivo è — almeno in parte — più portato all’azione, quindi a commettere molestie e violenze o, se non lo fa, a nascondere il malessere dietro altre motivazioni.

G.: Che sintomi ha?

N. G.: Dapprima insicurezza sull’amore del partner, sulla sua stima verso di sé, quindi e di conseguenza sulle proprie qualità di genere (fascino, dolcezza, gentilezza, bellezza per la donna; sicurezza, forza, responsabilità, virilità sessuale per l’uomo). Poi gelosia, più o meno ossessiva. Quindi, angoscia di abbandono, angoscia depressiva catastrofica e una intrusività crescente. Se poi c’è di mezzo un effettivo abbandono, scoppia il senso di colpa e di insufficienza, il panico da depersonalizzazione, la sensazione fisica di poter morire, una lacerazione al petto, un senso di svenimento, ipocondrie più o meno marcate. Talvolta rabbia e odio verso l’ex amato, fantasie di vendetta, molestie e stalking.

G.: I maschi invece di cosa soffrono? Sempre di dipendenza affettiva ma con altre modalità?

N. G.: Le modalità maschili sono simili su un versante depressivo: l’uomo dipendente affettivo si sente poco attraente, debole di carattere, poco dotato su un piano sessuale, o anche privo di altro significato nella vita che non sia amare quella donna, quindi diviene insistente ecc. Ma poi sul versante aggressivo è diverso dalla donna, perché “indotto” dalla cultura maschilista dominante ad agire fisicamente. Quindi: pedinamenti, esplosioni di gelosia, minacce verbali, costrizione al rapporto sessuale, talvolta nei più intellettuali tentativi di manipolazione e plagio, e, a abbandono avvenuto, molestie, stalking, la violenza fisica (talvolta anche verso i figli). Non rari sono gli episodi di suicidio più o meno mascherato (incidenti d’auto per esempio) o di suicidio diretto.

G.: C’è sempre stata la dipendenza affettiva o è una patologia dei giorni nostri?

N. G.: I casi del passato sono testimoniati dalla letteratura: da Didone che si suicida per Enea alla gelosia di Otello, fino alla disperazione di Leopardi. Ma la patologia è molto moderna perché nasce dalla reciprocità dei diritti nella coppia, che è un fatto moderno. Solo da quando l’uomo e la donna si legano avendo il diritto di scegliere il partner, quindi anche di rifiutarlo, solo da allora il partner più insicuro ha cominciato a temere di essere abbandonato e rivelato nella sua presunta insufficienza. Insomma la dipendenza affettiva è l’altra faccia della potenziale indipendenza.

G.: Forse si è solo palesata o incrementata nell’era moderna?

N. G.: Si è certamente incrementata nell’epoca moderna, perché come dicevo nasce da quando la donna ha gli stessi diritti dell’uomo, si sposa o si accoppia per libera scelta. Se è il cuore, il sentimento, a scegliere e non per esempio le famiglia, allora il cuore può anche distare ciò che ha fatto. La dipendenza affettiva nasce come paura di essere abbandonati quindi nasce con la libertà dei sentimenti.

G.: Potrebbe raccontarmi qualche testimonianza vera che illustri in modo concreto quello di cui stiamo parlando?

N. G.: Una dipendenza affettiva di tipo depressivo. Claudia è una donna di quarantacinque anni, che ha vissuto con un padre molto narcisista, socialmente insicuro, ma bisognoso di essere ammirato in famiglia, e con una madre arrendevole. Ha appreso sin da piccola a essere passiva e paziente. Ha solo rapporti affettivi nei quali è molto buona e docile e spera così di ricavare conferma e amore. Ma se viene lasciata comincia a ruminare sull’angoscia di non essere stata abbastanza buona, abbastanza arrendevole. Allora tempesta l’ex amore di telefonate per rivederlo, per chiarire, per capire in cosa ha sbagliato. Il compagno del momento per un po’ accetta, poi la evita. E lei si tormenta ancora di più.

Una dipendenza affettiva di tipo isterico. Ester è una donna di cinquant’anni separata. Ha vissuto anche lei con un padre narcisista (ma importante e ricco) e una madre bella e priva di beni personali. Ha appreso a rispettare e ammirare l’uomo fin da bambina. Si sposa con un promettente uomo di cinema e ne ha due figli. Per anni aiuta il marito con tutti i suoi mezzi (amicizie e denaro) perché lui possa studiare e collocarsi nel mondo del cinema. Alla fine ci riesce. Ma raggiunta la celebrità, l’uomo la abbandona per una donna più giovane e meglio introdotta. Allora la donna per dieci anni lo aspetta: cerca informazioni su di lui, lo segue in macchina, gli telefona di continuo, usa i figli per comunicare con lui, vive recriminando il passato, usa i rapporti di amicizia in comune per informarsi di lui o per diffamarlo, gli rende la vita un inferno. Poi comincia a mettere in scena suicidi di tipo manipolatorio. Non riesce rassegnarsi di essere stata “sfruttata” e messa da parte.

G.: La gelosia fa parte della love addiction?

N. G.: Assolutamente sì, è parte integrante. Il momento in cui si individua un/una rivale comincia la fase ossessiva della dipendenza, la fase nella quale dall’insicurezza mite e addolorata si può passare alla rabbia e alla violenza.

G.: Ci può essere gelosia patologica anche senza essere affetti da dipendenza affettiva?

N. G.: È il caso della gelosia da paranoia, molto grave, nel quale la persona ammalata immagina che il suo partner possa avere rapporti sessuali con chiunque o con persone al di sopra di ogni sospetto, persino di avere rapporti incestuosi. Tutto ciò — secondo l’interpretazione del geloso paranoico — sarebbe fatto sia per piacere personale che allo scopo di umiliare e deridere lui, l’innamorato tradito e sconvolto.

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